Testimonianza di Helga Feldner sul campo di Theresienstadt

Helga Feldner, medico cardiologo viennese, è cittadina onoraria di Urbisaglia dal 24 gennaio 2015. Cerimonia Urbisaglia 24.01.2015 (15)Il padre di Helga Feldner si chiamava Paul Pollak e fu internato ad Urbisaglia dal luglio del 1940 al settembre del 1943.
Mentre il Dott. Pollak era internato ad Urbisaglia, sua figlia Helga venne deportata nel campo di Theresienstadt, tristemente noto perché presentato dalla propaganda nazista come “zona autonoma di insediamento ebraico”, ma nella realtà era un campo di concentramento e transito per i deportati diretti ad Auschwitz e altri campi. Helga era una ragazza di 14 anni e la madre Hertha, una donna di religione cristiana, l’accompagnò per non lasciarla sola. Tutta la famiglia riuscì a sopravvivere alla Shoah, compreso Paul Pollak, trasferito ad Auschwitz nell’aprile del 1944.

TESTIMONIANZA DI HELGA FELDNER

Quando arrivammo a Theresienstadt dovemmo camminare fino alla stazione di controllo, dove ci controllarono da capo a piedi per vedere se avessimo i pidocchi. Poi ci condussero verso delle grandi baracche dove ci assegnarono un posto per dormire.

Molte baracche grandi di pietra con stalle per i cavalli erano usate come abitazioni per gli ebrei e alcuni vivevano in modeste case dove uomini e donne vivevano separati e con pochissimo spazio. Nelle baracche c’erano stanze molto grandi; anche le stalle enormi venivano usate. C’erano file di letti a castello su tre piani, in ogni letto dormivano due persone. Noi dormivamo su sacchi pieni di paglia con coperte ruvide, era molto scomodo. In una delle stanze grandi vivevano circa 200 persone con servizi sanitari estremamente scadenti, acqua fredda, milioni di cimici e pulci. Le latrine si trovavano nei cortili ed erano delle grandi fosse, sopra le quali c’erano delle costruzioni di legno con una lunga tavola dove le persone si accovacciavano e cercavano di non cadere nella fossa. C’era un tetto di legno e una sbarra per tenersi in equilibrio.

SCANSIONE 138.1

Helga prima della guerra, fra il padre Paul Pollak e la mamma Hertha.

Non c’era molto cibo, e quel poco che ci portavano da Vienna veniva subito mangiato. La razione normale era metà pagnotta di pane, 60 grammi di margarina, 50 grammi di zucchero ogni tre giorni. La mattina ci davano una porzione di surrogato del caffè, a mezzogiorno un mestolo di zuppa con qualche cereale e la sera un altro mestolo di semolino o avena con acqua. I bambini piccoli prendevano del latte annacquato; chi lavorava riceveva sanguinaccio o salsicce di fegato in barattolo e un po’ di pane in più. Avevamo sempre fame e mia madre dimagrì molto perché dava un po’ del suo cibo a noi. Presto iniziai a lavorare come donna di pulizie in un ospedale e in una segheria. Il lavoro era molto pesante ma facevo il più possibile per avere qualcosa in più da mangiare.

Poi io e mia sorella fummo spostate dalle baracche. Lei fu portata in una casa per bambini, io in una casa per ragazzi. Andai a lavorare in una fattoria collettiva fuori del campo. C’erano molti sionisti che facevano di tutto per non far deprimere noi adolescenti, che ci davano speranza e ci tenevano occupati. Anche qualche insegnante cercava di darci un minimo di istruzione anche se era severamente proibito. Naturalmente quelli che lavoravano fuori erano in condizioni di salute molto migliori, l’opportunità di lavorare all’aria aperta e di raccogliere una patata cruda o una cipolla o qualunque cosa spuntasse da terra e mettersela velocemente in bocca aiutava. Ricordo le rape dure e le barbabietole da zucchero, molto sgradevoli. Sono anche riuscita a portare un po’ di cibo alla mia famiglia.

Ma poi, nell’autunno del 1944, iniziarono a partire i convogli da Terezin ad Auschwitz. Molti dei miei amici e compagni di stanza furono mandati via. Per me fu molto duro quando persi la mia migliore amica che per molti mesi aveva diviso il letto con me ed era stata una buona compagna. Non è più tornata. Dopo la guerra ho incontrato suo fratello e mi ha detto che lei e i suoi genitori erano stati mandati nelle camere a gas subito dopo l’arrivo.

Naturalmente nessuno conosceva la destinazione dei convogli – ci dicevano che ci avrebbero mandato in un campo di lavoro con migliori condizioni – quindi quando arrivò il mio turno, non pensai di non andare. Ma di solito c’erano 2000 persone in un convoglio, e il numero che mi era stato assegnato era molto elevato ed ero stanca, quindi decisi di riposarmi un po’. Mi andai a stendere al terzo piano di un letto a castello in una stanza vuota, e dormii troppo a lungo. Andai a dire alle autorità che mi avevano lasciato indietro, e loro mi dissero di andare col prossimo convoglio. Poi mia madre si ruppe la caviglia, ma provò a farsi dare un posto per lei e mia sorella nel prossimo convoglio, ma non la accettarono – perché nei suoi documenti c’era scritto che non doveva essere mandata in un campo di sterminio. Col suo aiuto decisi di non entrare nel convoglio seguente, e nessuno pensò che ci fosse qualcosa di strano nel vedere una ragazzina che camminava avanti e indietro ma non saliva sul treno. L’ufficiale mi disse di nuovo di andare col treno seguente. Ma c’era già carenza di lavoranti agricoli e mia madre, col suo bel viso, andò dal capo della fattoria, che di sicuro sapeva dove erano diretti i treni. Lui mi lasciò stare, e grazie a questo oggi sono qui e posso raccontare questa storia.

L’inverno tra il 1944 e il 1945 fu estremamente freddo, ma il ghetto era un po’ meno affollato, finché non iniziarono ad arrivare convogli da altri campi di concentramento, che dovevano essere svuotati a causa dell’avanzata del fronte russo. I pazzi nazisti, sebbene messi alle strette, non volevano abbandonare l’idea di rendere l’Europa judenfrei, ovvero libera dagli ebrei. Usarono le ultime ferrovie ancora utilizzabili per portare gli ultimi prigionieri, esausti, affamati, sporchi e infreddoliti, in un altro campo. Quando arrivarono a Terezin, molti di loro morirono subito, anche se gli ebrei che restavano fecero del loro meglio per salvarli. Io li ho visti e non dimenticherò mai quelle figure scheletrite, con gli occhi vuoti, vestite di stracci.

La famiglia Pollak nel 1951

La famiglia Pollak nel 1951

 

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