27 GIUGNO 1944

Si fa il bilancio dell’attacco del 26 che, sebbene abbia permesso di scoprire le forze e le intenzioni degli avversari, non ha conseguito gli obiettivi prefissati. Riprendono a duellare le artiglierie, si muovono le pattuglie.

Nel pomeriggio alcuni uomini del Grippo Nicolò si aggregano ad un’azione con mezzi blindati preparata dai polacchi contro le difese tedesche dislocate sulla destra del Chienti, tra Urbisaglia e Tolentino. Dopo essersi avvicinata alla chiesa del Colle, la colonna viene attaccata a colpi di mortaio dalle postazioni tedesche lungo la statale 77.  Alcune autoblinde vengono colpite e gli occupanti rimangono feriti.

Gli scontri continuano verso Colbamboccio, altri mezzi blindati vengono colpiti e abbandonati mentre riprende il fuoco tedesco concentrato sulla zona del Colle la cui chiesa subisce gravi danni da più di un colpo ricevuto. Il fuoco di artiglieria incrociato dal Fiastra al Chienti raggiunge il culmine per alcuni minuti, poi pian piano ritorna la calma e i polacchi con i partigiani possono rientrare dopo aver perso due uomini e dovuto abbandona due autoblinde. (Chiavari, pp. 111-112).

Clicca qui per il Diario Storico-Militare del 183° Rgt. “Nembo (giorni 27-29 giugno 1944)

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Chiesa del Colle fra Urbisaglia e Tolentino.

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Vista dalla chiesa del Colle sulla vallata del Chienti.

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Lapide commemorativa presso la chieda del Colle (Tolentino)

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26 GIUGNO 1944: LA “NEMBO” ATTACCA I TEDESCHI

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Collina fra l’Abbadia di Fiastra e la vallata del Chienti (costa di Patò).

Alle 7,30 il Reggimento paracadutisti “Nembo” riceve l’ordine di attaccare lungo la direttrice Sforzacosta-Macerata, allo scopo di saggiare la consistenza dello schieramento nemico lungo il fiume Chienti. Alle nove iniziò l’attacco e, dopo quindici minuti, il nemico iniziò un intensissimo fuoco di sbarramento.

Ecco la drammatica testimonianza di Bruno Fedrigolli: “Prima dell’alba ci alzammo. Un po’ di pane, del caffè, un controllo alle armi e via. Un ciglio divide Badia di Fiastra dalla vallata del Chienti. Oltre il fiume Macerata stupendamente erta sul colle. Ci disposero sul crinale e quando furono le nove, bene illuminati dal sole che ci stava in fronte, andammo all’attacco a ranghi serrati, come le legioni romane. I tedeschi devono essere rimasti allibiti, quello non era un attacco, ma un suicidio.  Andammo all’assalto traversando campi di grano appena tagliato. Non c’erano fossi né ripari.  Arrivarono due granate dal fumo bianco luminosissimo. Era l’aggiustamento del tiro per le batterie più lontane.  Cominciò l’inferno. (…). Corremmo in avanti per raggiungere la pianura dove le viti ci avrebbero nascosto.  Stemmo tutto il giorno inchiodati sotto il tiro dei tedeschi senza vederne uno. Ogni tanto qualcuno moriva.  Il nostro compito, in quel giorno maledetto, non era combattere ma morire”. (Fedrigolli, 3).

Alle ore 11,10 il Generale Comandante la Divisione diede l’ordine di sospendere l’azione, attestarsi nelle località raggiunte, e ripiegare a notte sulle posizioni di partenza.

Il bilancio dell’attacco fu di nove morti e 25 feriti. I caduti furono deposti nell’atrio della chiesa dell’Abbadia di Fiastra, avvolti in teli da tenda, in attesa di venire trasferiti nel cimitero di Sarnano.

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Monumento dedicato ai caduti della Nembo (Colbuccaro di Corridonia)

22 GIUGNO 1944: FUCILATI I FRATELLI VIRGILIO E UBALDO BARTOLAZZI

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Ubaldo Bartolazzi (1920-1944)

La mattina del 22 giugno Virgilio e Ubaldo Bartolazzi erano a casa quando videro arrivare il loro amico Federico Tesei in compagnia di un altro uomo di cui non conosciamo il nome. Tesei, dopo aver lasciato nei giorni precedenti il proprio reparto militare a Taranto, voleva raggiungere Casette Verdini per rivedere sua moglie, Adorna Domizi, che aveva partorito in sua assenza il terzogenito, Giuseppe. Arrivato sulla cima della statale 78 presso la casa degli amici Virgilio e Ubaldo si fermò per salutarli. Nella casa, con sua gradita sorpresa, rivide anche Pietro Trincia che conosceva fin dall’epoca in cui lavorava presso il campo di Sforzacosta. Per festeggiare il compagno ritrovato nella cucina al secondo piano di casa Bartolazzi iniziò dunque una festosa colazione. Alle dieci della mattina però, irruppe una truppa di soldati tedeschi.

I tedeschi arrivarono dai Bartolazzi perché qualche ora prima, nei pressi di quella casa avevano osservato il transito degli uomini del Gruppo Nicolò e della Nembo che si spostavano verso Colbuccaro. I tedeschi evidentemente ritennero i fratelli Virgilio e Ubaldo, nonché Federico Tesei e Pietro Trincia complici dei partigiani se non partigiani loro stessi.

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Virgilio Bartolazzi (1906-1944)

I quattro vennero portati via verso la nazionale, mentre la moglie di Virgilio con i tre bambini scappò verso la campagna fino a raggiungere la casa dei Torresetti. Ida, Virginia e Paolo Bartolazzi rimasero invece a casa dove furono costretti dai tedeschi a portare via tutti gli animali. Lungo la nazionale il commando tedesco con i quattro civili incontrano un motociclista della Nembo in uniforme e lo costrinsero a seguirli. Dopo un tratto con loro però l’uomo fu portato altrove.

Arrivati a Villa Morico (Pollenza) i quattro furono costretti a scavare una buca che funse da tomba per un soldato tedesco morto il giorno stesso. Poco dopo gli intimarono di preparare altre quattro fosse: Pietro Trincia cercò di convincere i suoi compagni a tentare la fuga perché capiva cosa stesse per accadere. Questi però non credevano potesse capitargli nulla visto che non avevano fatto nulla. L’apprensione di Pietro diventò terrore quando vide arrivare molti uomini dalla villa e posizionarsi lungo la staccionata come per assistere ad uno spettacolo. In un attimo prese la decisione di scappare. Si lanciò verso la sterpaglia e poi diritto in un campo di grano. Quest’ultimo lo difese dallo sguardo dei militari e dalle raffiche di colpi che gli sibilavano dietro. Altra sorte toccò a Ubaldo, Virgilio e Federico che furono uccisi in un attimo senza sapere il perché.

Il 1 luglio, quando la provincia di Macerata era ormai liberata, arrivarono Paolo e Guido presso Villa Morico con altri uomini. Il padre e il fratello degli uccisi riportarono così a casa i loro sfortunati congiunti. Il giorno dopo si svolsero i funerali.

Bibliografia: Sansoni E., 22 giugno 1944. Un giorno di un’estate di guerra. L’eccidio di Ubaldo e Virgilio Bartolazzi e di Federico Tesei. Anpi Urbisaglia,  2013. (scarica qui la versione .pdf LIBRO BARTOLAZZI)

Vedi anche: Restauro monumento Bartolazzi

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2013-06-21 17.42.24Lapide_Bartolazzi_tesei

21 GIUGNO 1944: BONIFICA DEI PONTI SUL FIASTRA.

Augusto Pantanetti, comandante del Gruppo Nicolò, al corrente del fatto che i due ponti sul Fiastra, presso l’Abbadia, erano stati minati, diede disposizione ai suoi uomini di provvedere alla loro bonifica per facilitare l’avvicinamento a Macerata del Gruppo Nicolò e delle truppe alleate. Gaetano Mari, insieme allo sfollato romano Mario Tamenghi, si recò in bicicletta da Urbisaglia al primo dei due ponti al km 4,8 della statale n. 78, armato di una pistola e di due bombe a mano e, pur non essendo artificiere, riuscì a neutralizzare le cariche riempiendo di sabbia pressata i tubi contenenti l’esplosivo.

L’incarico di sminare il secondo ponte sul Fiastra venne affidato a Eric Cooper, un inglese scappato dai campi di prigionia che possedeva una discreta conoscenza di esplosivi. Un giovane di Urbisaglia, Giuseppe Palazzetti (1922-1992), portò il Cooper fino all’Abbadia con una vecchia moto Harley Davidson.

Fermata la moto all’Abbadia, Eric, da solo, si avvicinò al ponte per iniziare l’opera di bonifica che così descrive: Raggiungendo il ponte non trovai tracce dei tedeschi, ma la strada di approccio al ponte e il ponte stesso erano ovviamente minati. Le mine erano un valido tipo standard di mine tedesche e quando le riconobbi, avendo avuto esperienze di campi di mine tedesche in Nord Africa, seppi che la cosa più semplice era rimuovere i detonatori, ma senza una lunga e sicura ricerca sarebbe stato impossibile rimuovere le mine perché i tedeschi avevano la cattiva abitudine di camuffare come innocue le mine che loro posavano e ricordo precise istruzioni che avevo ricevuto in Nord Africa che, per quanto riguarda le mine, non avresti mai dovuto tagliare un filo e mai tirarne uno allentato. Così, facendo molta attenzione a queste istruzioni, riuscii probabilmente a rimuovere 6 o 8 detonatori che erano sulla strada e sul ponte. (…). Durante il corso di questa operazione, attraversato circa metà del ponte, notai alcuni movimenti in fondo alla strada dal lato del ponte verso Macerata e individuai circa mezza dozzina di soldati. Siccome ero ancora sulla sponda del fiume verso Abbadia, saltai dal parapetto del ponte sull’argine del fiume che era un fiumiciattolo in quel tempo e lasciai la zona tornando nel luogo dove il motociclista stava aspettando” (Chiavari, 70).

20 GIUGNO 1944 – URBISAGLIA LIBERA!

Urbisaglia_libera_arco_OK La mattina del 20, i partigiani del Gruppo Nicolò, divisi in più distaccamenti,  da Monastero di Cessapalombo dove avevano il loro centro d’azione, si portarono con i gruppi di punta a San Ginesio, quindi a Ripe San Ginesio dove entrarono a mezzogiorno. Alle 14 erano a Colmurano, alle 16 ad Urbisaglia, accolti con festeggiamenti, fiori e gesti di simpatia. (Chiavari, 64).

Ad Urbisaglia, dove siamo stati accolti con straordinario calore, notabili e ragazze ci si sono fatti incontro con grandi mazzi di fiori, che hanno avuto un significato che trascende dalla abituale cortesia che tale dono riveste.” (Pantanetti, 223).

la sera dello stesso giorno i partigiani del gruppo Bande Nicolò  vennero raggiunti dalle avanguardie del Corpo Italiano di Liberazione (CIL) appartenenti alla 184ª Divisione paracadutisti “Nembo” e trovarono sistemazione presso l’Asilo Giannelli che, per alcuni giorni, divenne la loro base. Si trovarono infatti a dover evitare l’accerchiamento nemico che ancora presidiava Tolentino e che aveva attestato la propria linea di difesa lungo il fiume Chienti.

Urbisaglia venne improvvisamente a trovarsi sulla linea del fronte. La strada dei colli per Tolentino, i Colli Vasari e la collina che domina la discesa di Patò verso Sforzacosta divennero il luogo di continui scontri con il nemico e di tragici episodi di violenza contro la popolazione civile. Molti furono gli sfollati che trovarono rifugio presso parenti e amici a Mogliano, Petriolo e Loro Piceno. (Chiavari, 65)