Paul Pollak

PAUL POLLAK (1892-1974)

Paul Pollak

Paul Pollak prima del 1938

Medico capo della Direzione di Polizia di Vienna prima dell’annessione dell’Austria alla Germania, il dott. Pollak fu fermato a Milano in quanto ebreo straniero appartenente a uno Stato che applicava la politica razziale e internato nel Campo di Urbisaglia dal 25 luglio 1940 fino al 30 settembre del 1943.

Negli anni della sua permanenza ad Urbisaglia Pollak continuò ad esercitare la sua professione di medico a favore degli internati del Campo. Nel 1942 il Ministero gli concesse un compenso mensile per il lavoro svolto e lo stesso direttore del Campo fece richiesta al Questore di Macerata di poter allestire una vera e propria infermeria attrezzata da affidare al dott. Pollak, definito “clinico valente che riscuote l’unanime fiducia della comunità degli internati.”

SCANSIONE 127

Paul Pollak nel 1945

Trasferito a Sforzacosta e successivamente a Fossoli, entrò nel Campo di sterminio di Auschwitz il 10 aprile del 1944, con il numero 180082. E’ sopravvissuto alla Shoah e alla fine della guerra si è ricongiunto con la sua famiglia, sopravvissuta al campo di Theresienstadt.

Il 24 gennaio 2015 il Consiglio Comunale di Urbisaglia ha conferito a sua figlia Helga Feldner, la cittadinanza onoraria di Urbisaglia.


Paul Pollak: testimonianza su Aushwitz presso il Comando russo di Cracovia (08.02.1945)


Testimonianza di Paul Pollak sul Campo di Concentramento di Urbisaglia*

Il campo di concentramento di Urbisaglia era sito in un padiglione di caccia della Villa Bandini, che si trova sulla strada locale, a circa 1 Km. dal paese di Urbisaglia, e che già nella guerra del 1915 -18 era stata adibita a dimora di prigionieri di guerra tedeschi ed austriaci.

Gli internati abitavano tre piani; al piano terreno c’erano due saloni, al primo piano diversi grandi locali, capaci di ospitare fino a 16 persone e al secondo e terzo piano, che erano originariamente alloggi per la servitù, si trovavano delle camerette, dove abitavano solo da due a cinque persone. In complesso, la Direzione ha sempre permesso che si formassero gruppi e che gli internati fossero alloggiati assieme ao loro amici. Un bel parco, ben curato, posto davanti alla casa, faceva la gioia degli internati, che vi potevano passeggiare, riposarsi o lavorare, e conteneva perfino un campo per il gioco delle bocce. Il clima era il migliore che si potesse desiderare. In estate era obbligatorio il riposo dopo il pranzo e si potevano chiudere le imposte per oscurare le stanze; d’inverno si ebbe, nei limiti del possibile, anche il riscaldamento: i locali di soggiorno e l’infermeria erano discretamente calde, ed anche in altre stanze si potevano accendere i camini; nella stagione fredda venivano distribuite fino a tre coperte, in modo che nessuno soffrì il freddo.

Il numero d’internati si aggirava sempre sul centinaio; la composizione del campo non fu mai omogenea. Alla fine del luglio 1940 giunse al campo da Milano, un gruppo d’una sessantina di emigranti ebrei, e trovò già lì circa 50 ebrei italiani. In quell’epoca, salvo due o tre eccezioni, tutti gli ospiti del campo erano ebrei. Gli ebrei italiani, nella stragrande maggioranza, furono rilasciati già dopo poche settimane. Nel 1941 la popolazione aumentò per l’arrivo di un gruppo di cristiani sloveni della zona di Gorizia, che furono anch’essi liberati dopo alcune settimane. Nel 1942 oltre ad ebrei, giunse un forte numero di Sloveni della regione di Lubiana e di Dalmati, che rimasero fino allo scioglimento del campo, e formavano circa la metà del numero totale degli internati. Mentre presso gli Slavi c’erano elementi di tutte le età dai 17 ai 60 anni, la maggioranza degli ebrei era di età matura, e solo pochissimi avevano una ventina d’anni. Oltre agli ebrei italiani, i più erano emigranti viennesi, di grandi città tedesche, specialmente Berlino. C’erano inoltre apolidi dei paesi baltici, di Romania e di Polonia. Per un certo periodo furono internati anche alcuni ariani polacchi, un indù ed un negro sudamericano. Gli ebrei italiani erano, per lo più, professionisti, come avvocati, medici, un notaio e contabili. Gli emigranti erano in gran parte commercianti e industriali; solo pochi esercitavano una professione libera. Non c’erano obiezioni da fare alle condizioni igieniche della sistemazione e nel 1940 il vitto era sufficiente; negli anni seguenti invece non soddisfaceva, né come quantità, né come qualità. Non c’è dubbio però, che di ciò non si può dare la colpa alla Direzione del campo, ma al razionamento insufficiente ed al fatto che il sussidio in danaro fissato in origine dallo Stato per il vitto degli internati non era stato adeguato al rincaro generale che era subentrato in quegli anni. Si risentiva molto anche del fatto che il modo di cucinare i cibi non rispondeva ai gusti degli ebrei stranieri. Questo difetto era attenuato dalla possibilità di preparare da sé dei pasti supplementari, visto che la popolazione, in modo veramente commovente, al di fuori delle limitazioni del razionamento, forniva viveri agli internati. Era possibile fare acquisti ad Urbisaglia ed al capoluogo di provincia, Macerata, e si creò fra gli internati un specie di coopera- tiva, nel senso che quelli che avevano un permesso di libera uscita si occupavano dell’approvvigionamento per un gruppo di amici. Per internati provvisti di mezzi, l’appaltatore disponeva di un menù assai ricco, cosa che ebbe però un effetto molto impopolare.

Per ciò che riguarda il servizio medico, nelle prime settimane ne fu incaricato il medico condotto di Urbisaglia, ma questo si dimostrò insufficiente, tanto che io, privatamente, istituii un servizio sanitario di fortuna che ottenne poi il riconoscimento delle autorità, con un decreto del Ministero degli Interni che mi autorizzava ad esercitare la medicina, assegnando anche un piccolo stipendio mensile. Nei miei confronti il contegno delle autorità fu eccellente. Mai fu respinta una qualsiasi mia prescrizione in campo medico; io potevo lasciare il campo a tutte le ore per recarmi in farmacia o per visitare anche ammalati fra la popolazione. Nei casi più gravi il Questore inviava la sua auto personale per trasportare l’ammalato all’Ospedale. Godevo pure della massima considerazione da parte del Medico Provinciale, che non prese mai il minimo provvedimento, specialmente su richieste di liberazione o d’internamento in “confino libero” senza consultarmi. Così egli dimostrò un commovente senso di umanità ed un gran desiderio di venire in aiuto. Nessun uomo, che volesse essere “internato libero”, ebbe mai difficoltà da parte di questo Medico. La camera migliore e più bella era stata adibita ad infermeria ed un ammalato vi poteva abitare finché io lo ritenevo opportuno. Ogni giorno consegnavo un rapporto medico; chi vi era segnato era dispensato dall’appello: bastava persino, all’appello serale, che io rispondessi “a letto” al nome di qualcuno che aveva voluto andare a dormire più presto del solito. Potevo sempre acquistare, a spese della Questura, ogni medicinale nella farmacia di Macerata.

Lo stato di salute degli internati era relativamente buono; durante più di tre anni non vi fu nessuna malattia seria e nessun caso d’infezioni nel campo, ed era desiderio della Questura che, al minimo sintomo allarmante, si provvedesse al ricovero in ospedale degli ammalati. E’ da notarsi quello che mi disse una volta un Ispettore generale: “In un campo italiano bisogna che nessuno si riduca in fin di vita: sarebbe una vergogna per l’Italia, se qualcuno morisse in un campo di concentramento”. Comunque, come conseguenza del vitto insufficiente, gli internati ebbero delle fortissime diminuzioni di peso ed a volte anche malattie dovute a denutrizione.

Sul vestiario non c’è molto da dire. Per molti il guardaroba era assai sciupato, dopo anni d’internamento. Nel gruppo viennese c’era un sarto dotato d’un vero genio nel rimettere a nuovo gli abiti.

Il campo era posto sotto la direzione d’un funzionario di P.S., che aveva alle sue dipendenze due agenti di P.S.. La sorveglianza era affidata ai Carabinieri. Tre volte al giorno c’era l’appello, che aveva luogo regolarmente, ma senza un eccessivo rigore.

A me era affidato l’incarico di CENSURA POSTALE in tutte le lingue, salvo l’italiano. Gli internati avevano diritto di spedire ogni settimana una lettera ed una cartolina, ed anche il numero delle righe, in teoria, era limitato. Questa disposizione non fu però mai osservata: bastava una richiesta a voce al Direttore per ottenere sempre il permesso di scrivere di più. In tutto il tempo non ci fu mai il minimo incidente per la censura.

Nei casi di malattia di familiari degli internati, assai sovente il Ministero concedeva permessi, che quasi sempre erano notevolmente prorogati. Le mogli e gli altri parenti degli internati ricevevano regolarmente dal Ministero il permesso per una visita al Campo. Quasi tutti i Direttori di questo Campo, dimostrarono una nobile generosità, permettendo lunghe proroghe alle visite. L’internato poteva portare con sé la moglie a pranzo, aveva diritto di abitare nel villaggio d’Urbisaglia con la sua visitatrice e poteva uscire senza scorta.

Le richieste di trasferimento ad altri campi per motivi familiari furono sempre accolte. Una sola volta un internato fu trasferito a Ferramonti per motivi disciplinari ed a questo caso egli deve la possibilità di aver salvato la vita, visto che per questo egli poté sfuggire alla deportazione ad Auschwitz.

Non furono mai inflitte delle vere e proprie punizioni; non ce n’era il motivo! Nei casi di piccole infrazioni alla disciplina ci si limitava a punizioni simboliche, come la consegna nella propria camera. Una volta, un Commissario meridionale punì un ebreo romano per ubriachezza privandolo della cena, ma dopo alcune ore gli mandò la sua propria cena. Fra gli ebrei internati non si verificò mai nessun caso di criminalità.

La vita nel campo di concentramento fu una valida prova della solidarietà dei ‘cuori ebraici’. Già all’arrivo del gruppo di profughi da Milano, questi furono accolti cameratescamente dagli ebrei italiani già internati con una buona cena. A noi tutti è sempre rimasto il piacevole ricordo di quanto questo abbia operato beneficamente e in modo rianimante sui nuovi arrivati, stanchi e depressi, e che in gran parte avevano già provato gli orrori d’un campo tedesco, e potevano così rendersi conto subito che i campi di concentramento italiani non avevano di comune con quelli tedeschi altro che il nome. Visto che gli ebrei profughi erano, quasi senza eccezioni, bisognosi, e che fra gli ebrei italiani ce n’erano molti in buone condizioni economiche, questi ultimi for- marono subito un Comitato d’assistenza. A Raffaele Cantoni di Milano ed all’avv. Carlo Alberto Viterbo di Roma, vorrei, con queste poche e semplici righe, esprimere i sensi della mia più viva riconoscenza anche e soprattutto a nome dei molti deportati che non possono più ringraziare, per la solidarietà ebraica e d’amore del prossimo, da loro sempre mostrati. Il Comitato, che si procurava i mezzi con contribuzioni volontarie dei suoi componenti, distribuiva un regolare sussidio mensile a tutti i bisognosi e, in casi straordinari, poneva a disposizione degli indigenti mezzi abbastanza cospicui: per esempio, esso rese possibile i viaggi a Macerata, quando, su mia proposta, gli internati furono inviati colà in turni regolari, allo stabilimento di bagni o per la regolare assistenza odontoiatrica. In quest’occasione, vorrei esprimere la mia gratitudine anche ad uno dei migliori uomini che io abbia mai incontrato: all’avv. Leone Del Vecchio. Dopo essere stato liberato, egli soleva inviarmi ogni mese una somma notevole per poter comprare tutti i medicinali necessari e poter aiutare discretamente molti bisognosi. Il suo nome, che per suo desiderio non era mai stato fatto, divenne pure, contro la sua volontà, un concetto nel campo. Il menzionato Comitato d’assistenza ha fatto molto, liberando gli internati di tutti i piccoli fastidi quotidiani, derivanti dall’esiguità del sussidio statale, ed ha contribuito ad elevare notevolmente il tenore di vita, di modo che nessun internato fu mai veramente nella miseria. Ad onore dei compagni italiani, bisogna mettere in evidenza il fatto che quasi ognuno dopo essere stato dimesso dal campo continuò ad inviare ogni mese una somma.

Da un lato per il bisogno, d’altra anche perché ad ogni persona di senso fu presto chiaro che non ci può essere in un campo nulla di più dannoso che l’apatia, si cominciò subito a tenere dei corsi di lingua italiana e di inglese. Un professore di scuola media impartiva lezioni in tutte le materie di sua competenza. Io stesso ho tenuto regolarmente conferenze su argomenti di medicina.

Con ristretti mezzi si fondò una biblioteca, nella quale si potevano avere a prestito e gratuitamente libri adatti, più o meno, ad ogni gusto.

Degli internati dotati musicalmente formarono una piccola orchestra, composta solo di fisarmonica e violino, che riuscì magistralmente a far superare molte ore tristi. Sovente si combinavano dei trattenimenti serali e tornei di scacchi o campionati di bocce

Nella vita degli internati era un fattore di grande importanza la vita religiosa. E’ indicativo e caratteristico il fatto che molti, che fino ad allora avevano assunto, nei confronti della religione, un atteggiamento indifferente o addirittura ostile, subirono nel campo un processo di catarsi, e che, su varie ricorrenze religiose, la partecipazione degli internati era completa. Anche qui l’avv. Carlo Alberto Viterbo era il “padre spirituale”, riunendo nella sua persona le cariche di Chazan e di Capo Spirituale. A lui si deve se, ogni venerdì sera ed ogni ricorrenza, sono divenute anche, intimamente ed esteriormente, delle vere festività. Lo affiancavano gli internati Jolles e Schnierer, che furono poi assassinati. Giacomo Low, già residente a Roma, ebbe grandi meriti, come vero Levita, nell’allestimento e nella direzione del servizio divino. Una delle più belle stanze fu trasformata in sinagoga; con mezzi primitivi, ma in modo assai suggestivo, fu costruita un’arca, e il campo possedeva anche una Torah. Rimarrà sempre indimenticabile l’atmosfera solenne, la consacrazione e la semplice dignità del servizio divino nel campo di concentramento italiano, considerando che fu celebrato in un’epoca nella quale negli altri paesi la vita per gli ebrei era divenuta un inferno. Le funzioni ottennero il massimo appoggio da parte della Direzione: nei giorni festivi non c’erano appelli e nei giorni di digiuno si presero opportuni accordi con la cucina e, per Pasqua, si ebbe la possibilità di ottenere i cibi rituali ed il pane azzimo. Anche le sere del “Seder” erano piene di dignità e di calore. Tutti si mettevano a disposizione quando c’era da allestire degnamente la celebrazione di una festa.

Nei campi non ci furono mai né morti né nascite.

I rapporti fra i singoli internati erano veramente molto buoni. Si deve considerare che persone delle più disparate età e condizioni sociali, che spesso non si comprendevano perché parlavano diverse lingue erano ammassate in uno spazio ristretto, condannate all’inazione, tor- mentate da preoccupazioni angosciose per i loro congiunti in Germania e per il loro stesso avvenire. Le manifestazioni d’insofferenza e della psicosi d’internamento, si limitarono ad un minimo, ed è un titolo di vanto per gli ebrei internati il fatto che nonostante la prigionia che durava da anni, non si giunse mai oltre ad un litigio personale, e non ci fu nessun caso di azioni passionali o violente. Nonostante il bisogno, molte volte strin- gente, non si registrò nessun delitto verso la proprietà.

I rapporti con le autorità erano ottimi.

Salvo piccoli dispetti degli organi subordinati, che certamente non erano nel desiderio delle gerarchie più alte, il trattamento fu veramente umano, e tutti i Direttori, senza eccezioni, hanno fatto tutto il possibile per rendere sempre più sopportabile la situazione degli internati. Non si constatò mai la minima differenza nel modo di trattare gli ariani e gli ebrei. Il campo fu visitato periodicamente da diversi Ispettori generali, che posero sovente domande agli internati, accolsero spesso proposte, ma in complesso non apportarono nessuna modifica alla vita degli internati. Il Nunzio Apostolico visitò anch’egli il campo, rivolse un caldo discorso agli internati, accolse istanze ed in alcuni casi usò la sua alta influenza a favore degli internati. Un effetto assai deprimente fece sugli ebrei il delegato della Croce Rossa Svizzera che tenne un contegno decisamente negativo.

Elevata, al di sopra d’ogni lode, e degna di figurare come attestato per la bontà e l’umanità degli italiani, era il contegno della popolazione civile, che ripetutamente espresse il suo stupore e la sua disapprovazione per l’internamento di uomini, dovuto solo a motivo di fede. Il contegno del clero fu espressamente volenteroso nel portare aiuto.

Nel periodo in cui il campo dipendeva solo dalle autorità italiane, lo stato d’animo era abbastanza buono: grazie allo spirito di solidarietà ed alla profonda intima religiosità, aleggiava un ottimismo, nutrito anche dai comunicati di Radio Londra, che giungevano fino al campo. Il culmine delle speranze si toccò dopo il 25 Luglio 1943, quando tutti credevano che fosse giunta la fine della dolorosa prigionia. I cittadini di Stati nemici ed i cittadini italiani – che potevano essere considerati soltanto come prigionieri politici lasciarono giubilanti, come liberi cittadini, il campo di concentramento. Il piccolo gruppo di profughi era convinto che anche per loro sarebbe giunta ben presto l’ora della libertà. Doppiamente dolorosa fu la delusione quando si manifestò la reazione all’armistizio. La pressione minacciosa dell’occupazione tedesca, che ogni giorno s’avvicinava maggiormente, fu il momento peggiore, l’epoca più tormentosa della vita degli internati, che erano già abituati alla pace contemplativa del campo, e ritenevano d’avere una specie d’appoggio morale dalla presenza di correligionari italiani

Alla metà di settembre 1943, il giorno in cui un’unità tedesca occupò l’ex campo per prigionieri inglesi di Sforzacosta, posto a 4 Km dal nostro campo, il Direttore aprì di sua iniziativa, e assumendo personalmente ogni responsabilità, le porte del campo e invitò gli internati a fuggire. Sebbene questo piano fosse già stato preparato da settimane, era condannato a naufragare, perché gli internati, senza soldi, senza documenti e, per lo più, dotati di una insufficiente conoscenza della lingua italiana, fuori dal campo erano assolutamente abbandonati. Solo pochissimi se ne andarono sperando nella buona fortuna: si nascosero in cascine solitarie e sfuggirono così alla deportazione in Polonia ed alla morte. I più invece, dopo pochi giorni, seguirono l’invito del Direttore di tornare, completamente snervati, visto che era giunto questo ordine dalla Questura, insieme alla tranquillizzante garanzia che gli internati civili non avrebbero dovuto temere nulla. Seguirono poi due settimane d’ansia e di paura, fino alla sera del 30 Settembre 1943 – era la vigilia di Rosch Maschanah – quando dei camions, condotti da un ufficiale fascista italiano e scortati da soldati tedeschi, entrarono nel campo per portare via gli internati. Il Direttore, che fino all’ultimo istante si volle occupare dei suoi internati e chiese tempo per la cena e per la preparazione dei bagagli, fu messo alla porta e minacciato d’arresto. Questo momento segnò la fine del campo di concentramento di Urbisaglia. Il tenente ci condusse a Sforzacosta, nel vecchio campo per prigionieri di guerra, dove restammo al comando di un ufficiale italiano. Il 23 Ottobre questo campo fu preso in consegna da una unità tedesca. Dopo alterne vicende, come alcune settimane di internamento libero e un nuovo internamento nella Villa Lauri (in Pollenza), gli ex internati d’Urbisaglia furono trasportati – salvo poche eccezioni per coloro che erano rimasti nascosti – al Campo di Fossoli (Modena) il 31.11.1943 e, dopo tre giorni, in 800 circa, furono inviati al campo d’annientamento d’Auschwitz, in Polonia. Del gruppo di Urbisaglia, circa cento persone, io sono l’unico superstite.

Se oggi, dopo cinque anni guardo indietro, alla vita ed ai dolori nel campo di Urbisaglia, libero da ogni genere d’inevitabile psicosi dell’internamento, giungo a questa conclusione: i profughi ebrei debbono essere profondamente grati ai loro fratelli italiani per il loro caldo comportamento soccorrevole, per il loro luminoso sentimento di solidarietà e per le loro numerose manifestazioni di amore fraterno ebraico. In principio, in tutti il senso di giustizia si ribellò quando, entrati legalmente con un passaporto in un paese, dove si cercava un asilo e si era ottenuto un permesso di soggiorno, solo a causa della cosiddetta “razza”, furono trasportati ammanettati in un campo di concentramento e, privati della libertà, per anni rimasero rinchiusi in un giardino. Il comportamento umano, il trattamento uguale nei confronti degli ebrei e dei non ebrei, le molte prove di vera umanità e di generosità, però, hanno fatto presto considerare la propria situazione sotto un altro angolo visuale. Il comportamento di tutti gli strati della popolazione verso gli internati dimostrò che il provvedimento dell’internamento per motivi di fede, era disapprovato dal popolo per il suo senso di giustizia e per la sua sincera religiosità. Citerò un discorso di uno dei Direttori del campo in occasione degli auguri di capodanno da parte dei profughi. Egli disse: “Fino ad oggi non potevo essere antisemita perché, oltre ad essere cattolico, non conoscevo nessun ebreo; da quando vi conosco, però, sono filosemita.”

Prima del mio soggiorno ad Urbisaglia ero stato in un campo di concentramento tedesco, e dopo Urbisaglia fui ad Auschwitz, dove potei parlare con deportati di quasi tutti i paesi europei e potei fare confronti sul destino e sul trattamento degli ebrei in altri paesi. Avevo sempre presente allo spirito il campo di Urbisaglia. Il trattamento umano dei suoi internati rimarrà sempre un attestato di lode per l’Italia e un documento della sua nobile antica civiltà e della religiosità.

Nelle ore grigie ed oscure di Auschwitz, abbiamo sempre visto davanti a noi, come un miraggio, il luminoso giardino d’Urbisaglia (all’Abbadia di Fiastra, N.d.R.) in Italia, paese di sole e di buona gente.

Dr. Paul POLLAK

*Fondazione Centro di documentazione Ebraica Contemporanea, Fondo Kalk, III-IV, b.3, fascicolo 33. La traduzione italiana è pubblicata in Cruciani, 1993, pp. 29-35 e in Chiavari, pp. 195-205.

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